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Un altro modo

di viaggiare a Napoli

L'antica via Chiaja a Napoli.

L'ascensore sarà allocato nella torretta a sinistra del Ponte.

 

Napoli è congestionata dal traffico, soffoca per materiale mancanza di spazio ma anche per l’inquinamento, uno dei più alti d’Italia. Si narra, ma è una realtà, che al centro della città o sulla collina del Vomero, dove campagne odorose attiravano un tempo numerosi gitanti, un’ora sia adesso un tempo ragionevole per girare in auto intorno ad un isolato.

Un incubo!

Qui l’uomo è schiavo di sé stesso. Ciò nonostante Napoli è una città fortunata per il clima, per il paesaggio, per le malìe del Vesuvio ma di tutto questo se ne è discorso abbastanza, argomentiamo qui dei mezzi di trasporto perché di questi ci vogliamo interessare ed in particolare ne vogliamo parlare pur non essendo neanche lontanamente sfiorati dall’idea di affermare che essi facciano di Napoli una città fortunata. Vogliamo solo evidenziare che l’infelice situazione urbanistica di un abitato in parte disteso lungo il mare, in parte arrampicato sulle pendici di una collina, una porzione ristretta su un poco accessibile pianoro sia la causa di tanti guai ma, paradossalmente, ha contribuito alla ricerca di soluzioni per lenire la difficile abitabilità ma anche per cercare espedienti ai suoi mali circolatori.

Sul finire del secolo diciannovesimo un bizzarro ma anche previdente architetto inglese, un certo Lamont Young, propose al consesso dei consiglieri comunali dell’epoca un progetto di urbanizzazione della zona all’incirca compresa tra Fuorigrotta e Bagnoli. Egli auspicava canali navigabili, alberghi, avveniristici edifici, in breve una novella Venezia in pieno Meridione. Propose oltre a ciò un sistema di trasporto scavato in parte nel ventre delle scoscese colline sui fianchi delle quali è disagevole aprire strade, in parte sospeso sulle vie cittadine. Non contento di tutto questo pensò alla fattibilità di grandi ascensori che dalle profonde stazioni portassero i passeggeri a “rivedere le stelle”. Gli fu dato del visionario, del folle, come se i moderni urbanisti non siano da meno.

L’ascensore: ce ne siamo occupati in una precedente riflessione.

Chi non ha usufruito di un ascensore? Umiliato dall’obolo imposto per renderci il suo servigio era un nobile accessorio di illustri antichi palazzi. Cristallo, legno pregiato e velluto lo impreziosivano e come ad un fedele e dignitoso servitore nessuno si sognava di lasciargli “mazzetta”. Si dice, ma non se ne ha memoria certa, che nella Napoli d’anteguerra ci fossero ben cinque ascensori pubblici per elevare il popolo verso mete impervie. Qualche buontempone perse del tempo, allora ciò era accettabile, per formulare ipotesi sul numero delle persone che potevano stare sospese, senza toccar terra, a bordo degli ascensori cittadini. Non abbiamo notizia del numero stimato, ci sentiamo però in grado di affermare ragionevolmente che oggi molti di più dovrebbero esser sospesi…. dai pubblici uffici . . . .

Dei cinque ascensori una volta in funzione sembra che ne rimangano tre. Il primo ubicato tra la via Acton e la Piazza del Plebiscito, il secondo nella zona così detta dei Vergini che, assai poco turistica, ha lasciato il primato della notorietà a quello di Chiaia.

La sede dell’attuale via Chiaia era l’antico alveo delle acque scorrenti dalle colline di Pizzofalcone e di Mortella ed in epoca romana diventò parte della strada congiungente Napoli con Pozzuoli. La tormentata topografia del luogo creò i primi problemi urbanistici, così nel 1836 fu costruito un ponte che univa le due colline e sotto al quale correva la via per Pozzuoli. Il raggiungere da Chiaia la strada sovrastante non era facile impresa quando la gente camminava a piedi e fu costruita una scalinata per mezza della quale si raggiungeva in breve tempo… il paradiso, ovvero la via del Monte di Dio; si sa, il popolo napoletano è sempre stato devoto. In tempi più recenti venne meno anche la voglia di salire le scale e fu realizzato l’ascensore di Chiaia, appunto, che con alterne vicende, tra lunghi periodi di manutenzione, perenni ricerche di fondi dovrebbe oggi funzionare.

Ma forse siamo aggiornati a ieri.

Le auto autorizzate (non poche!) scorrevano in via Chiaia, altre percorrono le vie sovrastanti, l’inquinamento è addirittura formato da strati sovrapposti, come fosse un venefico sandwich di mefitici fumi. Gli anziani rilievi a stucco che valenti artisti crearono per ingentilire il bel ponte di Chiaia non sono più ben visibili, coperti da una nera fuliggine. Nessuno, d’altra parte, alza la testa per cercarne le tracce.

Speriamo che dalla non lontana via Cervantes un novello don Chisciotte venga a combattere il pericoloso nemico: l’indiscriminato Progresso.