di Giuseppe De Palma

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Tutto ebbe inizio la mattina del 24 maggio 1844 alle ore 8,45 quando linventore statunitense Samuel Morse, affiancato dal suo assistente Alfred Vail, da una improvvisata postazione telegrafica trasmise da Washington a Baltimora, avvalendosi di una prima rudimentale linea telegrafica appena ultimata, il seguente messaggio: “What Hath God Wrought”, che tradotto significa: “Ciò che Dio ha fatto”.

Samuel Morse e Alfred Vail  trasmettono il primo messaggio telegrafico.

(da Sito Internet)

Era nato il Telegrafo! Da lì a poco, Samuel Morse trasmise, questa volta da Baltimora, il primo telegramma di fronte a una commissione del Congresso degli Stati Uniti, su cinque miglia di filo telegrafico. Il testo riportava la notizia della elezione di un candidato alle presidenziali, politico talmente poco noto al pubblico che furono in pochi a credere della sua elezione fino a quando, dopo più di un ora, giunse la stessa notizia per posta ordinaria.

Molti si convinsero che il telegrafo poteva essere il mezzo di comunicazione del futuro. Nonostante ciò, lo scetticismo nei confronti di questo nuovo sistema di diffusione restava alto, come spesso succedeva per tutte le nuove invenzioni. Per molti anni, infatti, esso fu visto come un “misterioso agente”, di cui si ignorava l’origine e la reale natura.

La trasmissione telegrafica permetteva l’invio di notizie e informazioni varie (dispacci) e di messaggi (telegrammi); e tutto questo senza che l’informazione fosse trasportata fisicamente come normalmente avveniva mediante il servizio postale che utilizzava i mezzi di trasporto disponibili all’epoca, tra i più diffusi quello ferroviario.

Il servizio telegrafico necessitava di una rete infrastrutturale costituita da:

- postazione telegrafica: locale dove alloggiavano il telegrafo, gli strumenti ausiliari di misura (come amperometri, voltometri ed altri capaci di tenere sempre sotto controllo il segnale sia in trasmissione che in ricezione) e le batterie di alimentazione:

- linea telegrafica, costituita da tre elementi essenziali: filo conduttore (realizzato in rame o in ferro), pali di sostegno in legno ed isolatori (in vetro o porcellana).

   

Tre vignette tratte da un testo del 1887 che illustrano il funzionamento del telegrafo.

(coll. A. Gamboni)

Inizialmente i percorsi delle linee telegrafiche furono individuati tra quelli più brevi attraversando anche boschi e sentieri difficilmente accessibili. Ben presto, però, questo concetto venne abbandonato per la poco praticità nello svolgere il lavoro di installazione e manutenzione che il servizio richiedeva. Non ci volle molto a capire che se le linee telegrafiche venivano installate ai lati di una via di trasporto terrestre, anche a discapito di una maggiore lunghezza fisica, la gestione del servizio da parte degli addetti poteva essere svolta con maggiore semplicità e rapidità. La preferenza cadeva quasi sempre sulla strada ferrata perché così potevano essere più facilmente trasportati i pezzi di ricambio e gli strumenti necessari per mantenere il servizio sempre efficiente.

Bellissima immagine che propone una strada ferrata con segnali semaforici ad ala e linee telegrafiche.

(da Sito Internet)

Tipico apparecchio telegrafico e manipolatore da postazione fissa (metà '800).

(da Sito Internet)

Verso la fine dell’Ottocento ci si rese conto che il “ticchettio” del registratore a carta poteva permettere l’interpretazione “a orecchio” di quanto trasmesso. Fu quindi sviluppato uno specifico apparecchio per la ricezione acustica, il sounder, il cui impiego consentì di raggiungere velocità addirittura doppie che con la zona di carta. Esso divenne parte dei sistemi telegrafici, e il suo uso si mantenne sino all’accantonamento del telegrafo.

Nel frattempo il nuovo mezzo di trasmissione si diffondeva attraverso l’Europa, a partire dai paesi più progrediti: in testa la Gran Bretagna e il Belgio, seguiti dagli Stati tedeschi, dall’Impero austriaco e dalla Svizzera.

Il primo Stato della nostra penisola a dotarsi del telegrafo fu il Granducato di Toscana con la progettazione e realizzazione della linea Pisa-Livorno nel 1847 ad opera di Carlo Matteucci, professore di fisica all’Università di Pisa e uno dei maggiori studiosi del tempo nel campo dei fenomeni elettrici.

Nel 1865 nasce l’Unione Telegrafica Internazionale, con lo scopo di consentire comunicazioni telegrafiche al di là dei confini; vi aderirono venti Stati con sede a Parigi.

Lo sviluppo della rete ferroviaria, portò però, gradualmente al disuso della rete viaria principale, rafforzando in cambio quella secondaria. Infatti, se da una parte la ferrovia rendeva obsolete le strade ordinarie, dall’altra era indispensabile il potenziamento di quelle periferiche che permettevano il trasporto delle merci dal luogo di produzione alla più vicina stazione ferroviaria e viceversa dalle stazioni ferroviarie al luogo di utilizzo delle merci.

Il telegrafo divenne anche uno strumento indispensabile per l’organizzazione e la sicurezza del servizio ferroviario, permettendo di organizzare in modo efficiente il trasporto dei passeggeri e delle merci.

Perché i treni potessero viaggiare in sicurezza, era infatti indispensabile uno strumento di comunicazione simultanea tra le stazioni. Grazie al telegrafo, i capistazione potevano far fronte ad eventuali imprevisti legati alla movimentazione dei treni, avvisando i passeggeri in attesa, di eventuali problemi relativi al traffico, ed infine inviando soccorsi nel caso in cui un convoglio ne avesse bisogno. Il tutto veniva gestito dal Blocco telegrafico.

Viadotto in muratura con palificazione telegrafica a sbalzo.

(coll. A. Gamboni)

A partire dagli anni cinquanta del XIX secolo, quello telegrafico fu il primo sistema di blocco adottato dalle principali ferrovie del mondo. Il sistema, oltre a garantire l’invio di un solo treno per volta in ogni sezione di blocco, permetteva lo scambio di informazioni e dispacci. Il blocco telegrafico fu l’applicazione del telegrafo alla sicurezza della circolazione ferroviaria. I dispacci di invio o di giunto, inoltrate mediante il telegrafo, permettevano di assicurare il regolare invio di un treno in linea e la possibilità di informazioni sulla sua tabella di marcia. Tali procedure, definite ’dispacci’ di movimento, venivano scambiate tra i vari operatori addetti ai movimenti dei treni nelle stazioni. In Italia la prima applicazione ferroviaria del blocco telegrafico risale al 30 giugno 1847, sempre ad opera di Carlo Matteucci, sulla già citata tratta ferroviaria Pisa–Livorno.

Il legame fra ferrovie e telegrafo divenne, progressivamente sempre più intimo, ma non reciproco. Infatti a partire dalla metà dell’ottocento, mentre potevano essere costruite linee telegrafiche non necessariamente collocate a fianco delle strade ferrate, non fu più possibile realizzare nemmeno un chilometro di ferrovia senza che gli venisse posta accanto una linea telegrafica.

Dopo l’Unità d’Italia, essendo il Servizio Telegrafico gestito dall’Amministrazione Statale dei Servizi Telegrafici sotto la Direzione Generale del Ministero dei lavori Pubblici ed il Servizio Ferroviario da Compagnie private, fu indispensabile stipulare delle convenzioni che regolassero la costruzione, la manutenzione e la sorveglianza delle linee telegrafiche da posare al fianco delle Ferrovie, avendo queste bisogno di una rete telegrafica sociale per gestire il traffico dei propri convogli. Giuridicamente le reti telegrafiche sociali erano di proprietà delle singole Compagnie ferroviarie, tuttavia la loro costruzione, e spesso la loro sorveglianza e manutenzione, veniva effettuata dall’Amministrazione dei Telegrafi.

Le Compagnie ferroviarie quindi pagavano, all’Amministrazione Telegrafica, sia la realizzazione, la manutenzione e la sorveglianza. Inoltre l’Amministrazione Telegrafica aveva la possibilità di posare altre proprie linee lungo quelle appartenenti alla Compagnia Ferroviaria. In questo modo, era possibile disporre di una nuova linea telegrafica, pagando soltanto il costo del filo. Inoltre, il fatto di posare una linea Telegrafica Governativa lungo la stessa linea di una Compagnia Ferroviaria, forniva una maggiore garanzia sia per L’Amministrazione telegrafica che per le Compagnie Ferroviarie in caso di guasti.

Ciò accadeva perché, secondo la legge piemontese del 23 giugno 1853 ereditata dal Regno d’Italia, le comunicazioni telegrafiche dovevano essere gestite secondo il regime di monopolio statale, salvo le convenzioni speciali stipulate tra Governo e società concessionarie delle strade ferrate. Questo perché l’esercizio dei telegrafi derivava da quello postale e la necessità era ancora più sentita per la riservatezza delle comunicazioni, con le quali nei primi anni si trasmettevano soprattutto gli ordini di governo. Le Compagnie ferroviarie rappresentavano dunque un’eccezione. Il privilegio delle comunicazioni telegrafiche veniva loro concesso solo perché, come già detto, indispensabile per la sicurezza ed il corretto servizio ferroviario.

Nelle convenzioni, tra l’altro, era previsto che le varie stazioni ferroviarie fossero anche sedi di Ufficio Telegrafico; in questo modo poterono essere utilizzate, fin dall’Unità d’Italia, come veri e propri uffici telegrafici, dai quali, oltre ai telegrammi di servizio ferroviario, potevano essere inviati anche quelli privati e governativi. Si poteva così avere, senza dispendio di denaro, da parte dell’Amministrazione dei Telegrafi, un ufficio telegrafico aperto al pubblico in tutte le località dotate di stazione ferroviaria. Inoltre, sia le regole di trasmissione che le tariffe venivano rigorosamente determinate dall’Amministrazione Telegrafica.

La concessione del servizio pubblico veniva infatti data alle Società ferroviarie soltanto allo scopo di poter diffondere maggiormente il servizio telegrafico nella Penisola.

In tutti i casi venne previsto che i telegrammi di servizio ferroviario, necessario alla corretta circolazione dei convogli, fossero trasmessi con priorità assoluta, rispetto a quelli privati e governativi, essendo il servizio telegrafico l’unico sistema atto a garantire la sicurezza del servizio ferroviario.

Nel 1889 fu istituito il Ministero delle Poste e dei Telegrafi. Si concludeva così il riordino del servizio di comunicazioni che nel 1866 aveva vissuto una tappa fondamentale con la costituzione di due Direzioni generali, una per le Poste e l’altra per i Telegrafi, sotto il Ministero dei Lavori Pubblici.

Nel 1905 anche le compagnie ferroviarie italiane si unificarono creando le Ferrovie dello Stato, pertanto molte convenzioni furono cambiate o abrogate, ma il Servizio dei Telegrafi rimaneva sempre Monopolio di Stato.

Le reti ferroviaria e telegrafica si svilupparono prevalentemente lungo le coste, essendo l’Italia attraversata per tutta la sua lunghezza dalla catena montuosa degli appennini, il che rendeva molto difficile realizzare collegamenti diretti fra le località tirreniche e quelle adriatiche, Negli altri Paesi europei, il cui territorio era prevalentemente pianeggiante, la rete telegrafica e quella ferroviaria assunsero la tipica forma a stella, in cui le principali città erano tutte collegate alla capitale mediante linee dirette.

Verso la fine del dell’Ottocento, nonostante si stessero creando le prime reti telefoniche, le compagnie ferroviarie, fedeli alla vecchia massima: “verba volant, scripta manent”, continuarono a lungo ad utilizzare esclusivamente il telegrafo per il servizio ferroviario che lasciava una traccia degli ordini trasmessi, e a non fidarsi delle comunicazioni verbali telefoniche.

Gruppo telegrafico usato negli impianti ferroviari delle Ferrovie dello Stato

con scrivente sistema Digney e galvanometro e tasto tipo Hippe.

(coll. A. Gamboni)

Nel 1947 fu pubblicato un numero unico in occasione delle gare nazionali telegrafiche disputate fra gli agenti ferroviari.

(dal sito www.trenidicarta.it)

Concludo queste brevi note con il riportare una poesia del 1886 di Giovanni Pascoli il quale volle omaggiare il matrimonio tra Telegrafo e Ferrovia. Il poeta definiva il telegrafo che correva lungo i binari come una immensa arpa sonora, al vento.

Tra gli argini su cui mucche

tranquillamente pascono, bruna si difila

la via ferrata che lontano brilla;

e nel cielo di perla dritti, uguali,

con loro trama delle aree fila

digradano in fuggente ordine i pali.

Qual di gemiti e d’ululi rombando

cresce e dilegua femminil lamento?

I fili di metallo a quando a quando squillano,

immensa arpa sonora, al vento.

L'argomento descritto in queste note è stato tema della conferenza tenuta dallo scrivente

presso la Sede sociale del Clamfer in data 11 ottobre 2019.

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