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così imparai ad amare i Tram Breve novella tra realtà e fantasia NON ispirata al dramma di T. Williams di Gennaro Fiorentino Il dottore del Pronto Soccorso dell’Ospedale dei Pellegrini, che recava sul volto scavato i segni di molte notti passate in quella specie di prima linea in tempo di pace, scuoteva la testa muto. La guerra, finita da circa un lustro, gliene aveva fatte vedere di tutti i colori. Lo stesso nosocomio aveva visto tempi migliori e gli ambulatori apparivano ora rattoppati e ripristinati alla men peggio, quanto gli infortunati che venivano assistiti e dimessi con medicazioni non sempre ortodosse.
Immagine degli anni ’30 dell’androne dei Pellegrini (da sito istituzionale).
Ricostruzione primi anni ’60 del nosocomio (da sito istituzionale). Però la schiena di un frugoletto, più o meno di tre anni, così sconvolta dai diversi gradi di ustioni codificati dai prontuari medici, non l’aveva mai vista. Quella muta quanto eloquente pantomima, gettò ancora di più nella disperazione la povera mamma facendole comprendere la difficoltà di un intervento del pur volenteroso ancorché sfinito medico. Usando poi un’espressione dialettale il dottore proferì la domanda rituale: Ma comme se l’è fatt? La signora Natalina prima ancora di rispondere con la frase “un incidente domestico”, ripercorse in un attimo l’ultima ora. La tinozza di rame con acqua bollente era pronta ad accogliere per il bagno settimanale, il giovane tecnico dell’ATAN, ospitato in subaffitto in una cameretta di quella casa di Via Salute (oggi Via Imbriani). La possibilità di un extra nel magro ménage del pur invidiabile impiego statale del capofamiglia, era un irrinunciabile sollievo. La stanzetta concessa in affitto, era stretta e lunga. Ponendoci la conca di rame, la larghezza ne risultava quasi conforme al diametro. Rafiluccio l’ospite single, prossimo al matrimonio, aveva invitato il piccoletto per un cioccolatino posto oltre quel fumante specchio d’acqua. Il resto è tragicamente immaginabile. Bastò poco per un involontario tuffo e le conseguenti pene dell’inferno di cui si diceva. Per fortuna le grida della casa raggiunsero il cortile e lo studio del vicino avvocato Erra. Il professionista non ci pensò due volte. Piantò in asso l’udienza con il cliente villico venuto da Sessa Aurunca, e in men che non si dica, aveva messo a disposizione la sua FIAT 1100 A per una volata all’ospedale dei Pellegrini attraverso Via Ventaglieri.
Immagine pubblicitaria della FIAT 1100 A capostipite di una fortunata saga. L’impegno del dottore del Pronto Soccorso e di alcuni infermieri durò alcune ore per rimuovere la pelle bruciata di quel dorso così tenero. E poi unguenti lenitivi misti a certe polverine portate dagli alleati ma ancora poco diffuse, a cui il credito popolare attribuiva miracolose e repentine guarigioni. Alla fine, le dimissioni dall’ospedale dovettero essere firmate anche dal primario dermatologo che diede alcune prescrizioni tra il serio ed il brillante: per prima cosa la mammina avrebbe dovuto esprimere un grazie alla Trinità che si venera ancora oggi, nella vicina chiesa dei Pellegrini. Sarebbe bastato un centimetro ancora di “carne cotta” per far volare il bimbetto tra gli angeli. E poi raccomandò medicazioni due volte la settimana fatte eseguire da un infermiere a domicilio per poter rimuovere ancora pelle morta e seguire i progressi di quella nascente. Infine, previde che il figlioletto avrebbe sofferto dolori atroci, almeno per i primi 15/20 giorni dell’immaginabile lungo decorso. L’infermiere fu presto trovato in Don Luigino, un bravo giovane che, pur lavorando agli Incurabili, non disdegnava un po’ di “professione libera”. Circa le lamentele del paziente, la realtà superò le previsioni dell’esperto specialista dermatologo. Gennarino piangeva e si lamentava di continuo. Non c’era verso di farlo star tranquillo per qualche attimo. Lo stesso Rafiluccio, involontario responsabile dell’accaduto, quasi ogni giorno gli portava qualche automobilina di latta stampata. L’incanto durava poco. Era senz’altro uno strazio.
Automobiline di latta stampata, vendute sulle bancarelle: pochi soldi per un inesauribile spasso. (coll. G. Vitiello) Un giorno la signora Natalina si confidò per l’ennesima volta con il paziente Don Luigino, l’infermiere. Questi con lapalissiana filosofia napoletana, consigliò di portare,il bimbo in un posto che, per esperienza materna, lo avrebbe talmente incantato da fargli dimenticare le bruciature. “E’ na parola” soggiunse la premurosa genitrice. Però anche in questo caso, la Trinità che l’aveva assistita nell’ambulatorio dei Pellegrini, le diede una mano. Le fece ricordare che il bimbo, quando salivano a piedi per S. Teresa (oggi corso Amedeo di Savoia), restava ipnotizzato da quel viavai di tram per/da i paesi di Capodimonte. Tant’è che arrivati all’angolo di Via Materdei, ci voleva tanta grazia e buona volontà per fargli riprendere la via di casa. Lo sferragliare di quei tram, molti con il rimorchio, producevano un rumore inconfondibile e diverso per la salita, in tensione, ed in discesa, per il rilascio. L’effetto sonoro veniva grossolanamente imitato da smorfie e versi del pargoletto.
Incrocio Via S. Teresa-Via S. Rosa tra le due guerre: momento di vivace vita cittadina (da web). Così una bella mattina, dopo la medicazione che si svolse con relativa calma per la prospettiva di una passeggiata entusiasmante a sorpresa di un giro in tram, iniziò l’inusitata cura anestetica sui tram di Capodimonte. La mamma con il bimbo saliva a S. Teresa e poi fino al Tondo. Ritorno dall’altro lato fino a piazza Dante.
Grande giostra di tram a piazza Dante: linee del Nord e linee vesuviane (Collez. Fiorentino). L’idea funzionò alla grande in quanto il piccolo paziente, ma non di meno passeggero, si calmava già alla vista dell’infermiere. E poi non vedeva l’ora di scendere a Santa Teresa. Considerato il carattere estroverso dei napoletani, la vicenda del tram anestetico divenne notoria e familiare ai passeggeri abituali ed allo stesso personale, suscitando tenerezza e condivisione. Non poche volte il bigliettaio ammiccava con aria complice “Signo’ accomodatevi, lo fate dopo, il biglietto”.
Una vettura dell’epoca in pieno servizio da Marano a Napoli (Collez. Cozzolino). Così si pervenne quasi a Natale con quella vicenda iniziata a fine settembre. Un giorno Don Luigino dichiarò la fine delle sue cure ed il bimbo più sano di prima. Grazie a tutti e a Don Luigino, un bel vassoio di struffoli natalizi fatti in casa con le uova della campagna di Zia Evelina. Non passò molto tempo che la famiglia Fiorentino si trasferì a Fuorigrotta, in un alloggio decoroso in un rione per il personale civile degli apparati militari. E lì sì che ce n’erano tram. Direi molto moderni. Nel quartiere era addirittura presente una rimessa e tre linee diverse oltre alle frequenti linee occasionali. C’era certo da divertirsi sui tram e così fu.
Tram snodato sulla vecchia linea 23 di Fuorigrotta (Collez. Cozzolino). Oggi il bimbetto ormai vecchio e canuto, malgrado possa aver conosciuto tram di tutto il mondo, rimane con la nostalgia di quel periodo epico ed amorevole, relegato nel libro dei ricordi dell’infanzia. Perché credo si possa parafrasare “Il primo tram non si scorda mai”.
Nota a margine: le linee di Capodimonte, dopo una breve agonia, cessarono il 1960. A tale proposito esprimo un ricordo del mio indimenticato mentore prof. Andrea Cozzolino, ricercatore di letteratura latina alla Federico II. Altresì uno dei maggiori esperti di respiro europeo di trasporti tramviari e filoviari. Coautore del bellissimo libro “I tram di Capodimonte” firmato con A. Gamboni. |
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