amarcord di Antonio Gamboni

Correva lanno 1950 e la città di Napoli ancora portava i segni della Seconda Guerra Mondiale. Fu nel mese di Ottobre che iniziai a frequentare la terza classe delle Elementari presso la Scuola “Giovanni Bovio”, in via Carbonara a Napoli. A quei tempi i programmi scolastici, tra l’altro, prevedevano anche la lettura di alcuni brani tratti dal libro “Cuore” del De Amicis, volume ancora esistente nella mia libreria.

I testi scelti dal nostro Maestro per la lettura e commento in classe erano tre: Il Tamburino Sardo, Dagli Appennini alle Ande ed Il Vaporino. L’ultimo brano citato mi rimase particolarmente impresso perché alla Epifania di due anni prima avevo avuto in dono una confezione con un trenino di latta della INGAP, mostrato nella foto del titolo, ovvero un “Vaporino”.

Il Vaporino

Edmondo De Amicis articolò il suo Cuore” in dieci mesi (da ottobre a luglio) e, in ciascuno di essi, inserì i suoi racconti. “Il Vaporino era il terzo del mese di febbraio.

Precossi venne a casa ieri, con Garrone. Io credo che se fossero stati due figliuoli di principi non sarebbero stati accolti con più festa. Garrone era la prima volta che veniva, perché è un po’ orso, e poi si vergogna di lasciarsi vedere, che è così grande e fa ancora la terza. Andammo tutti ad aprir la porta, quando suonarono. Crossi non venne perché gli è finalmente arrivato il padre dall’America, dopo sei anni. Mia madre baciò subito Precossi; mio padre le presentò Garrone, dicendo: - Ecco qui; questo non è solamente un buon ragazzo; questo è un galantuomo e un gentiluomo. - Ed egli abbassò la sua grossa testa rapata, sorridendo di nascosto con me. Precossi aveva la sua medaglia, ed era contento perché suo padre s’è rimesso a lavorare, e son cinque giorni che non beve più, lo vuol sempre nell’officina a tenergli compagnia, e pare un altro.

Ci mettemmo a giocare, io tirai fuori tutte le cose mie; Precossi rimase incantato davanti al treno della strada ferrata, con la macchina che va da sé, a darle la corda; non n’aveva visto mai; divorava con gli occhi quei vagoncini rossi e gialli. Io gli diedi la chiavetta perché giocasse, egli s’inginocchiò a giocare, e non levò più la testa. Non l’avevo mai visto contento così. Sempre diceva: - Scusami, scusami, - a ogni proposito, facendoci in là con le mani, perché non fermassimo la macchina, e poi pigliava e rimetteva i vagoncini con mille riguardi, come se fossero di vetro, aveva paura di appannarli col fiato, e li ripuliva, guardandoli di sotto e di sopra, e sorridendo da sè. Noi, tutti in piedi, lo guardavamo; guardavamo quel collo sottile, quelle povere orecchine che un giorno io avevo visto sanguinare, quel giacchettone con le maniche rimboccate, da cui uscivano due braccini di malato, che s’erano alzati tante volte per difendere il viso dalle percosse... Oh! in quel momento io gli avrei gettato ai piedi tutti i miei giocattoli e tutti i miei libri, mi sarei strappato di bocca l’ultimo pezzo di pane per darlo a lui, mi sarei spogliato per vestirlo, mi sarei buttato in ginocchio per baciargli le mani - Almeno il treno glielo voglio dare, - pensai; ma bisognava chiedere il permesso a mio padre. In quel momento mi sentii mettere un pezzetto di carta in una mano; guardai: era scritto da mio padre col lapis; diceva: - A Precossi piace il tuo treno. Egli non ha giocattoli. Non ti suggerisce nulla il tuo cuore? - Subito io afferrai a due mani la macchina e i vagoni e gli misi ogni cosa sulle braccia dicendogli: - Prendilo, è tuo. - Egli mi guardò, non capiva. - È tuo, - dissi, - te lo regalo. - Allora egli guardò mio padre e mia madre, ancora più stupito, e mi domandò: - Ma perché? - Mio padre gli disse: - Te lo regala Enrico perché è tuo amico, perché ti vuol bene... per festeggiare la tua medaglia. - Precossi domandò timidamente: - Debbo portarlo via... a casa? - Ma sicuro! - rispondemmo tutti. Era già sull’uscio, e non osava ancora andarsene. Era felice! Domandava scusa, con la bocca che tremava e rideva. Garrone lo aiutò a rinvoltare il treno nel fazzoletto, e chinandosi, fece crocchiare i grissini che gli empivan le tasche. - Un giorno, - mi disse Precossi, - verrai all’officina a veder mio padre a lavorare. Ti darò dei chiodi. - Mia madre mise un mazzettino nell’occhiello della giacchetta a Garrone perchè lo portasse alla mamma in nome suo. Garrone le disse col suo vocione: - Grazie, - senza alzare il mento dal petto. Ma gli splendeva tutta negli occhi l’anima nobile e buona.

Disegno tratto dalla edizione degli anni 50 del libro Cuore.

La prima edizione del Cuore” fu stampata dal Treves nel 1886. Non ci è dato sapere se, anche nel testo, compariva tale termine non sostituito da “treno” (“trenino” sarebbe stato più giusto), come si legge in edizioni più moderne .

Piace ricordare che, nel tempo passato, la stazione ferroviaria era denominata “imbarcadero”, termine usato dal De Amicis nel racconto “Dagli Appennini alle Ande”, ma riferito ad un approdo per imbarcazioni. A tal proposito, nel “Vocabolario Italiano” di Nicolò Tommaseo (ed. 1871) alla voce “vapore” si legge: “macchina qualsiasi mossa dal vapore”.  

(Vocabolario Nicolò Tommaseo 1871 - Bibl. A. Gamboni)

Tornando al trenino oggetto del nostro racconto, vediamo di individuarne marca e tipo. Al tempo del De Amicis,  l’unica traccia di trenino giocattolo la troviamo nell’episodio “Il vaporino”, tratto dal libro “Cuore” pubblicato  a Torino nel 1886. Nel citato episodio leggiamo che il protagonista Enrico possedeva un trenino a carica manuale regalatogli dal padre ingegnere.

Avendo subito scartato la INGAP” in quanto attiva dagli anni '30, le marche più probabili erano: Märklin, Karl Bub e Gebruder Bing. Non restava, quindi, che indagare su di esse.

Märklin presentò nel 1891, in occasione della fiera del giocattolo, il primo sistema ferroviario destinato ai bambini.

Karl Bub presentò il suo primo treno a molla che correva lungo il pavimento nel 1903.

Infine, la tedesca “Gebruder Bing”, fondata nel 1863, iniziò a costruire trenini soltanto nel 1880.

Dopo quanto esposto, ho ricordato che mio figlio Alfredo aveva nella sua collezione un modello molto vissuto non meglio identificato (forse un BING). Il trenino mi è sembrato il più attinente perché: aveva al tempo un costo economico, rispettava i colori rosso e giallo e funzionava con carica a molla.