amarcord di Antonio Gamboni

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Il protagonista principale di questo racconto è il papunciello, gli altri sono i miei compagni di classe. Ma cosa sarà mai questo papunciello? Forse nemmeno più i napoletani lo ricordano, ed allora occorre rinfrescare la memoria.

Volendo fare l’etimologia della parola, cominciamo con l’osservare che la radice papo- è la stessa del napoletano papore e cioè vapore, antico termine per indicare un mezzo azionato a vapore, sia esso un treno ovvero una imbarcazione. Se poi si aggiunge che è un vezzeggiativo, ci si aspetterebbe qualcosa di piccolo e grazioso.

Il papunciello, dunque, sarebbe un piccolo treno o un piccolo battello. Ma non è proprio così; per quelli di Porta Capuana era il Tram Provinciale. Ed allora, perché adoperare questo termine per un rotabile?

Bene, se si è conosciuto quel tram, allora tutto si spiega. I ‘provinciali’, almeno quelli del dopo­guerra, erano dei veicoli traballanti e non mancavano di rullio e beccheggio a causa della sconnessa sede stradale, muovendosi proprio come quei vaporetti che portavano ad Ischia ed a Capri. Delle due, noi propendiamo per questa seconda spiegazione, anche se ci sembra meno aderente al vero.

Interno Stazione delle Tramvie Provinciali, e..

... titoli di viaggio di varie epoche.

Quando penso al papunciello, mi viene in mente la mia giovinezza e non posso fare a meno di ricordare i miei compagni di classe del ginnasio, non quelli che venivano dal Vomero o dalle altre zone bene, ma quelli che, con il sole o con la pioggia, le sgangherate vetture dei tram provinciali scaricavano a grappoli alle otto del mattino alla stazione di Porta Capuana. Nel suo lento incedere, quel tram li aveva raccolti ad Afragola, a Cardito, a Caivano, a …e con loro era salito anche il nostro professore di matematica.

Sempre polverose e sonnolente, quelle vetture imboccavano la discesa della Doganella stridendo sulle rotaie sfioravano i palazzi e, nelle curve, emettevano un suono lungo e sottile come se volessero accordare un violino.

Si giungeva, quindi, alla fermata del vecchio “Tiro a Segno” dove s’incontrava il traffico delle carrette e di qualche rara automobile. Quel tram non portava solo studenti. Di quel mezzo si servivano anche i lavoratori stagionali che “scendevano a Napoli” per guadagnarsi la giornata e la giornata, a modo loro, se la guadagnavano anche altri personaggi, ma in un altro modo.

Incrocio di Tram Provinciali allEmiciclo di via Arenaccia (dagli anni 80 Largo Cilenti).

Lo storico edificio ottocentesco, già Tiro a Segno Borbonico, ha ospitato: prima la ex Fabbrica di Automobili Darracq,

successivamente il Tiro a Segno e, fino ad alcuni anni addiero, la Stazione dei Vigili del Fuoco.

Prima di giungere al capolinea di Porta Capuana, il tram provinciale percorreva l’allora Vico II Casanova (oggi via Ettore. Bellini) e, dopo aver attraversato il Corso Garibaldi, costeggiava l’imponente fabbricato della Pretura, descriveva un’ampio cappio nel mezzo della Piazza San Francesco ed andava ad occupare il binario contrassegnato da un cartello indicante la direzione, “Caivano”, “Aversa”, ...

I Tram in arivo, prima di attraversare il Corso Garibaldi,  rallentavano a passo d’uomo ed avveniva un fatto strano. Vedevi scaraventati dai finestrini dei pacchetti di giornale, sembrava che il natante papunciello dovesse liberarsi della zavorra per restare a galla. Successivamente scendevano dal tram in corsa alcuni individui che raccoglievano quei pachetti. Solo dopo qualche tempo ho saputo che in quegli involucri vi era della carne macellata clandestinamente a Cardito e destinata ad essere venduta sui banchetti del mercatino del vicino Borgo S. Antonio Abate. Erano questi, coloro che si guadagnavano da vivere in altro modo.

Tram Provinciale in uscita dal Vico II Casanova (oggi via Ettore Bellini).

Dopo aver attraversato il Corso Garibaldi, la vettura entrava nella Stazione di Porta Capuana e,

dopo aver fatto scendere tutti i viaggiatori, percorreva l’emiciclo di Porta Capuana.

Tornando ai miei compagni che, scesi dal papunciello, si dirigevano a Via Carbonara. Qui mi univo ad essi, e via di corsa fino al Largo Donnaregina per entrare in orario in Istituto (Calasanzio) e quindi in classe. Questi ragazzi, specie d’inverno, arrivavano con le scarpe fradice e piene di segatura che il custode aveva sparso all’ingresso dell’Istituto per non far bagnare le scale. Una volta preso posto nei banchi, c’era chi scuoteva la testa per togliersi l’acqua di dosso, chi nascondeva la merenda da consumare nell’intervallo, chi ripassava gli ultimi compiti. Fatto l’appello, iniziava la lezione e, nonostante gli scongiuri fatti sottobanco: “venga Gamboni, traduca e commenti”:

 

 Arma virumque cano, Troiae qui primus ab oris …

 

Quegli stessi grappoli di ragazzi si ricomponevano verso le due e mezzo del pomeriggio. A quell’ora la stazione di Porta Capuana si animava di nuovo e le carrozze, quelle delle linee di Aversa, di Caivano e di Frattamaggiore, tornavano a riempirsi di studenti, di lavoratori e di commercianti di … carni.

Tram, composto da motrice e rimorchio, mentre attraversa il cappio di Porta Capuana

per poi rientrare in stazione pronto a partire.

Da quei giorni son trascorse diverse primavere, anzi moltissime, ed il papunciello non esiste più; resta però il ricordo di quei ragazzi che, con il latino ed il greco ripassato in tram, oggi saranno ottuagenari pensionati: medici, magistrati, avvocati, ingegneri o ufficiali in congedo.

(Le immagini sono tratte da I Tram per la Provincia di A. Cozzolino e A. Gamboni - ed. 2010)

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